Così il Pse scarica D'Alema e Brown rinuncia a Blair presidente

L’Unione europea ieri ha scelto un primo presidente stabile di basso profilo, il premier belga Herman Van Rompuy, rinunciando alla candidatura forte di Tony Blair. Anche Massimo D’Alema è stato eliminato dalla corsa per diventare Alto rappresentante per la politica estera, dopo che gli è stata preferita una baronessa britannica. A differenza del governo di centrodestra del Cav., al Vertice straordinario sulle nomine dell’Ue nessun governo socialista ha sostenuto D’Alema – ha spiegato Martin Schulz – il capo dei socialisti all’Europarlamento, che aveva lanciato la candidatura.
20 NOV 09
Ultimo aggiornamento: 05:57 | 20 AGO 20
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I leader socialisti hanno optato per la laburista britannica Catherine Ashton, commissaria al Commercio internazionale dal curriculum scialbo: l’unico ruolo politico di rilievo della baronessa di Hupholland, prima di essere inviata a Bruxelles un anno fa senza mai essere eletta, è stato leader laburista nella Camera dei Lords. Brown ha così rinunciato alla candidatura di Blair a presidente del Consiglio europeo, osteggiata da francesi e tedeschi, che però non hanno pronunciato un “no” pubblico. Quando i capi di stato e di governo dei 27 si sono seduti a tavola hanno incoronato il premier belga Van Rompuy, il cui principale atout è la scarsa esperienza internazionale. Sconosciuto anche nella metà francofona del suo paese, Van Rompuy ha buone doti di mediatore e il merito di aver salvato il Belgio da una crisi istituzionale durata quasi due anni, diventando premier solo undici mesi fa.
La sorpresa di un’Europa ambiziosa non è arrivata, al termine del vertice straordinario sulle nomine introdotte dal trattato di Lisbona. Con il premier belga, Herman Van Rompuy, come primo presidente stabile del Consiglio europeo, e la britannica Catherine Ashton al posto di Alto rappresentante, l’Ue ha scelto due personalità di basso profilo con poteri limitati. Non Tony Blair, avversato dalla sua famiglia politica – il Partito del socialismo europeo (Pse) – per la guerra in Iraq e le sue politiche economiche liberali. Nemmeno il francese Nicolas Sarkozy e la tedesca Angela Merkel volevano un leader forte che avrebbe rischiato di fare loro ombra. Eppure la candidatura Blair è stata l’unica a consentire un po’ di dibattito aperto in un processo che è sembrato più un conclave pontificio che la nomina democratica e trasparente promessa dal trattato di Lisbona. Solo ieri sono venute alla luce le posizioni dello sconosciuto Van Rompuy sulla Turchia: “Non è parte dell’Europa e non sarà mai parte dell’Europa”, aveva detto Van Rompuy nel 2004, durante un dibattito parlamentare. “I valori universali che sono in vigore in Europa, e che sono anche i valori fondamentali della cristianità, perderanno vigore”.
Del nuovo presidente del Consiglio europeo, che sarà il volto dell’Ue, non si sa quasi nulla. Di Blair, della sua storia e delle sue idee, invece, si sapeva tutto. Sul suo nome si sono scontrati due modelli di Europa: quella franco-tedesca-belga-lussemburghese che spera di sopravvivere attaccandosi all’eurocentrismo, e una nuova Europa che vuole partecipare al nuovo ordine mondiale. Alla fine della lunga campagna elettorale, persino gli opinion maker più antiblairiani – come il giornale francese Liberation – hanno riconosciuto che l’Ue avrebbe avuto bisogno di una leadership forte per discutere “da pari” con Stati Uniti, Cina e Russia. Nessun leader è stato in grado di fare un nome più autorevole di Blair. E nessuno ha avuto il coraggio di dirgli pubblicamente “no”, preferendo l’espediente istituzionale di limitare i poteri del presidente del Consiglio europeo. Sin dall’inizio, Blair aveva chiarito che non avrebbe accettato di essere un “chairman”: un coordinatore come sarà Van Rompuy. Il trattato di Lisbona voleva rendere l’Ue più forte nel mondo ma con due “europigmei” – come li ha definiti l’Economist – gli analisti ritengono che l’Europa sia condannata all’irrilevanza globale. La candidatura di D’Alema, come quella di Blair, è stata sabotata dal Pse.
Sapevamo da otto giorni che c’era un problema tra i socialisti” su D’Alema, ha svelato al Foglio una fonte diplomatica svedese che ha condotto la trattativa. Il passato comunista, le sue posizioni anti-americane e anti-israeliane, il suo inglese imperfetto hanno allarmato i leader del Pse. Ma la lunga e confusa lista di candidati socialisti alternativi era composta di personalità vecchie anagraficamente o politicamente. Solo i laburisti britannici avrebbero potuto esprimere un Alto rappresentante di peso con David Miliband o Peter Mandelson. Accettando il compromesso sulla scialba Ashton, il premier Gordon Brown ha deciso di tenere a Londra il ministro degli Esteri e l’anima nera del New Labour in vista delle elezioni del 2010 e per rilanciare il partito in caso sconfitta. Martin Schulz, il leader dei socialisti all’Europarlamento che aveva lanciato D’Alema, si giustifica attaccando il “non fattivo attivismo del governo italiano”. In realtà, il Cav. ha fatto il possibile. Semmai “dovremmo cominciare a interrogarsi sui socialisti europei e sul peso degli italiani nel Pse”, dice al Foglio una fonte diplomatica italiana.